Bruno Pedrosa

"Presagi Presságios Omens" opening, Museo Civico, Bassano del Grappa, Italy, 2012.

Bruno Pedrosa a Bassano del Grappa, Museo Civico

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Antico e moderno, tradizionale e stravagante, riflessivo ed estroverso, semplicemente e straordinariamente contradditorio. Così si presenta al mondo l’uomo e l’artista Bruno Pedrosa. Non è possibile parlare della vita dell’uomo senza parlare dell’opera dell’artista, ne viceversa si può scindere la sua arte dalla sua vita.

Nato l’11 gennaio del 1950 nella fazenda Catingueira, nel sertão brasiliano, Raimundo Pinheiro Pedroza XIV porta il nome dei suoi avi con orgoglio e fierezza, conscio fin da bambino che la sua famiglia ha una tradizione secolare che lo lega alle terre del nord-est del Brasile. Cresciuto nella casa dei nonni paterni dopo la tragica perdita della madre all’età di un anno, ascolta ogni giorno le storie che gli anziani raccontano, alla fine della giornata di lavoro, nell’alpendre, dondolandosi nelle loro amache, ai piccoli seduti a gambe incrociate curiosi di conoscere e apprendere dalla loro saggezza. E’ in questo contesto che la famiglia, gli amici e i legami si rivelano per l’artista l’essenza stessa della vita di un uomo. I primi disegni li realizza a cinque-sei anni, per la sorellina: sono scenari teatrali dove lei può ambientare le storie che fa vivere alle sue bambole.

Dopo gli studi elementari in un collegio a Crato, a 200 km dalla fazenda, e il liceo classico a Fortaleza, all’età di diciotto anni, Bruno va dal padre, fazendeiro di ennesima generazione, e gli parla della decisione che cambierà il corso della sua vita: vuole andare a Rio de Janeiro, a 3500 km di distanza, per studiare nella migliore Accademia di Belle Arti del paese e diventare un artista. Pur senza comprendere la decisione del figlio, Manoel Pedroza lo appoggia incondizionatamente, dandogli così l’opportunità di laurearsi in Storia dell’Arte, Filosofia e Archeologia all’Università Federale di Rio de Janeiro. In questi anni, dal 1969 al 1975, l’artista approfitta delle vacanze estive per viaggiare ed esplorare il Sud-America, conoscendo luoghi, persone, culture e storie differenti, che lo hanno arricchito nella mente e nello spirito. Visita la Bolivia, l’Ecuador, il Perù. Gli studi archeologici lo incuriosiscono e lo spingono con interesse ad approfondire la cultura e l’arte degli Inca. Tutto questo influenza l’arte di Pedrosa, che in questi anni di studi e ricerche si divide in disegni figurativi che rappresentano l’anima dei posti che conosce e dall’altra in disegni accademici surrealisti, che lo spingono a guardarsi dentro, a sovrapporre immagini e pensieri, mettendo alla prova anche le sue capacità formali.

Può apparire paradossale che un artista contemporaneo nutra una passione profonda per l’archeologia e la storia, ma non è così. Il percorso artistico di Pedrosa si è evoluto lungo tutto l’arco della sua vita e ancora non si è concluso. Pedrosa è nato disegnatore e inizialmente le sue opere rappresentavano ciò che lo colpiva del mondo che lo circondava, dall’antica e tradizionale realtà cearense al contemporaneo e frenetico mondo cittadino di Rio de Janeiro. L’arrivo in questa città negli anni ’70 lo ha portato a incontrare molte persone del mondo intellettuale dell’epoca, come Rachel de Queiroz, Jorge Amado, Roberto Burle Marx e, qualche anno dopo, Pietro Maria Bardi, critico d’arte e direttore del Museo di Arte di San Paolo (MASP), mentore e sostenitore del giovane Pedrosa, tanto da organizzargli una serie di mostre in Stati Uniti e Messico. Lo studio all’Accademia e la frenesia della nuova vita lo spingono a sperimentare, passando dal monocromo al colore, dal disegno figurativo essenziale al disegno surrealista introspettivo, quasi un preludio alle trasformazioni future. Eppure i viaggi nella storia, a Ouro Preto, a Machu Picchu, a Oruro, lo tengono radicato alla tradizione. Questo stesso amore per la tradizione lo porta a realizzare una ricerca che dura da trent’anni: la ricostruzione genealogica della sua famiglia dalle origini del 1600 ad oggi.

Finita l’università, Pedrosa è alla ricerca di qualcosa, non solo di un contatto più profondo e sincero con se stesso, ma di uno stile di vita che gli dia serenità. Decide così, nel 1976, di entrare nel monastero benedettino di Rio de Janeiro, dove resterà cinque anni. E’ qui che Raimundo Pinheiro Pedroza diventa Bruno, nome datogli dai monaci per le sue affinità caratteriali con i più celebri predecessori, San Bruno e Giordano Bruno. In questi anni Bruno continua a lavorare, sviluppando una serie di disegni sul monastero, successivamente pubblicati in un album, ma allo stesso tempo approfitta di ogni opportunità per imparare e affinare le sue capacità intellettuali e manuali, offrendosi come assistente bibliotecario e lavorando nel laboratorio di rilegatura. Nel monastero non trova ciò che cerca e nel momento di fare la promessa decide di uscire per tornare nel mondo.

Ricomincia da dove ha lasciato, apre il suo atelier al pubblico e proprio qui conosce Elinor, che sposa nel 1982, e che si rivela come dice lo stesso artista “una presenza insostituibile nella mia vita”. Il cambiamento nella vita si riflette nelle opere e si conclude definitivamente la serie di ritratti, tele in cui la rassomiglianza dei tratti del volto è tanto precisa quanto sono distorti e irreali i colori che utilizza. In questa serie si trova il ritratto di Giovanni Paolo II, ora al Vaticano.

Insieme alla moglie, nel 1987, decide di trasferirsi da Rio de Janeiro a Nova Friburgo, dove Pedrosa ha un atelier immerso nel verde. Questa svolta personale avvicina l’artista alla pittura, il suo stile cambia, il disegno resta alla base delle opere, ma il fulcro della sua attenzione si sposta sul colore.

Nel 1990 una nuova e importante decisione: l’Europa. Bruno si trasferisce con la famiglia a Busca (CN), città natale del tenore Giovanni Garnero, suo suocero. In Piemonte Bruno si sente a casa: ama i campi di papaveri, i profumi della terra, le montagne. Ritrova qui, dall’altra parte del mondo, alcuni valori fondamentali della sua educazione: la saggezza degli anziani, la pacata dignità delle persone, l’importanza delle tradizioni. E ancora una volta la sua arte cambia con lui. I suoi disegni mostrano piccoli scorci del paese, ma i suoi quadri esprimono il tumulto dei suoi sentimenti e diventano astratti. Sono titubanti, composti, strutturati, ma astratti. Pedrosa imbocca una strada senza ritorno. Da questo momento in avanti la sua arte cambierà ancora molte volte, ma non tornerà mai al figurativo, che abbandona completamente all’inizio degli anni ’90.

L’artista trova nella pittura il suo strumento di sperimentazione, arrivando ad esprimere non più l’essenzialità di ciò che vede, ma le sue emozioni di fronte alle esperienze della vita. La sua arte cresce insieme a lui, è influenzata dai suoi studi, dai suoi viaggi, dalle sue scoperte. Così Bruno Pedrosa si reinventa continuamente spaziando in tutti i continenti dell’arte e del mondo, dalla pittura alle sculture, dall’America Latina all’Europa, passando per il vetro, la ceramica, il bronzo, i gioielli, i totem in cartone, attraversando Brasile, Stati Uniti, Italia, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Germania.

Se dunque la sua opera evolve nel tempo in strutture e forme sempre diverse, influenzate dai periodi più tranquilli o travagliati della vita, resta immutata la sua abilità tecnica e manuale, che si manifesta nella raffinatezza dei dettagli, nella precisione dei contorni e nella fermezza delle linee.

Nel 1991, la famiglia Pedrosa si trasferisce a Bassano del Grappa, nel cuore del Veneto, dove l’artista trova tutto ciò di cui ha bisogno per manifestarsi. A Venezia scopre i vetri di Murano, che lo conquistano per i colori vivi: nasce così il sodalizio tra Bruno e Oscar, mastro vetraio, che lo aiuta a dipingere nel vetro. A Verona, Bruno realizza le sue sculture in bronzo, affascinato dalla secolare tradizione della lavorazione del metallo e dalle innovative patine che si possono realizzare.

Nei momenti felici dipinge. Nei momenti di disperazione crea sculture plastiche ed energiche. Nei momenti di ricerca spirituale, personale e artistica, disegna.

Nella serena tranquillità delle vacanze estive a Saint Tropez Pedrosa disegna, espressione artistica della sua contemplazione dei luoghi e dei colori circostanti, realizzata con la precisione e la concentrazione che solo la pace interiore può dare.

Al contrario, alla prematura morte del fratello avvenuta nel 2006, Pedrosa è incapace di affrontare la tela, lo specchio della sua anima, e per un anno non dipinge. In questo momento di sofferenza, il suo bisogno espressivo cambia con lui e nasce così una nuova serie di sculture in vetro di Murano. Ogni opera è realizzata grazie allo sforzo fisico dell’artista, che con tutte le sue energie e il peso del suo corpo scolpisce il vetro appoggiandolo alla mola. Solo dopo aver liberato con foga la sua rabbia e il suo dolore, l’artista torna a dipingere, ma dopo questa pausa la sua pittura si trasforma e si rivela in una nuova maturità.

Bruno racchiude nei suoi nuovi dipinti tutto ciò che l’universo delle opere scultoree gli ha insegnato: la luce brillante e accattivante dei vetri di Murano si riscontra nella scelta dei colori ad olio; il perfetto equilibrio formale delle opere in ottone ispira l’evidente importanza dei volumi e della profondità ottica; la concretezza dell’impasto della terracotta, che è alla base delle sculture in bronzo e marmo, dà vita ad un nuovo utilizzo dei colori, non più diluiti, ma corposi e volumetrici.

Comprendiamo così che lo stile di Pedrosa è unico e ben delineato, le sue innumerevoli espressioni artistiche rappresentano egualmente la sua persona, complessa ed essenziale al tempo stesso. E’ dunque inutile e superfluo cercare nelle sue forme un significato concreto, poiché esse stesse sono la sua arte, la sua visione del mondo, la sua vita.

Testo di Thereza Pedrosa

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